a Trevor Hughes

14 febbraio 1932,

Cwmdonkin Drive 5, Swansea

 

  Caro Trevor,

  la tua lettera ha tardato, ma la mia ancor di più, e il guaio è che non ho alcuna vera giustificazione da darti tranne quella cronica e biasimevole nei miei riguardi di una innata pigrizia. Tu respinge­rai, lo so bene, il mio grido incerto di «Lavoro». Sei stato uno dei Lavoratori del Mondo abbastanza a lungo per capire che c'è sem­pre abbastanza tempo per occuparsi della propria corrispondenza. Così, umilmente, e con un sorriso forzato sulle labbra, ti porgo che parola curiosa è mai questa scuse tanto sincere quanto zop­picanti. Ho così poco tempo. Mi sono ferito la mano destra in un incidente in miniera. Non ho inchiostro.

  Ora che il ponte della reticenza è stato attraversato (Dio, che stile! Quest'uomo è un Burke!) e le onde della consapevolezza si sono incontrate (Quest'uomo è un Lawrence!) scrivere diventa nettamente più facile. Una frase è una frase e ancora un'immagine un'immagine adesso.

  La porpora dei tuoi sogni è indisturbata non mossa, come tu dici. Sono lieto di saperlo. Sarò ancor più lieto di sapere che stai continuando a scrivere. Tu puoi non rendertene conto, ma potresti, con la pratica e il tempo, diventare uno scrittore in prosa dav­vero ragguardevole. Hai qualcosa da dire e un modo nuovo di dirlo.

  La mia porpora si sta tramutando, credo, in un grigio opaco. Mi trovo ora nel periodo di massima transizione. Quelle qualsiasi capacità che posseggo possono improvvisamente diminuire oppure improvvisamente aumentare. Posso, molto facilmente, diventare un comune imbecille. Potrei esserlo già adesso. Ma non è bene sconvolgere la propria vanità, e questa lettera sta diventando a poco a poco un grido dagli abissi.

  Sto recitando in Febbre del fieno di Noel Coward al Little Tlicatre in questa stagione. Gran parte del mio tempo è impegna­ta dalle prove. Buona parte dai concerti, dalle morti, dalle riunioni e dalle cene. È strano, ma negli intermezzi tra tutte queste cose riesco a ubriacarmi almeno quattro sere alla settimana. Musa o Si­rena? È questa la transizione di cui parlavo. M o M? Preferirei M ogni giorno, quindi ciò schiarisce parecchio l'atmosfera. [Musa o Sirena? «Muse or Marmaid?» nel testo originale. Di qui le due iniziali uguali: «M o M?»].

  Job è un uomo curiosissimo, non ti pare? Sono d'accordo che non ha il minimo senso dell'umorismo e che disprezza l'alcool, ma l'ho udito ridere e mi ha detto, molto scherzosamente, che la mia voce, cosa abbastanza inesplicabile, è sempre più rauca alle tre che a mezzogiorno e mezzo... vedi, pranzo in città. (Pranzo? Lei com­plimenta se stesso, signore).

  La prossima volta che scriverai, e spero che tu scriva presto, ac­cludi o un racconto già terminato, o i particolari di uno che stai scrivendo. Altrimenti la mia folle noia non conoscerà limiti.

  Non riesco a concentrarmi. La mia mente balza di pensiero in pensiero come un vombato. Dovrò smettere. Del resto, l'inchio­stro sta finendo.

  Non dimenticare di scrivere presto.

  Tua madre sta meglio?

  Come ti sta trattando Londra, ammesso che ti tratti in qual­che modo?

  Sirena?

  Scrivi molto?

  Ed io scrivo molto?

  Stiamo scrivendo molto?

  Sai scrivere? ed io so scrivere, sappiamo scrivere?

  Chiarisci tutti questi dubbi nella tua prossima epistola. Scusa la mia. È una domenica mattina; ho la testa come un mulino a vento.

 

Dylan

 

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La lettera che segue è probabilmente la successiva della corrispondenza. Dan Jones, attualmente dottor Daniel Jones, il compositore e scrittore, era il più intimo amico della fanciullezza di Dylan. Ma oltre a ciò, fu lui, più di ogni altra persona, a far conoscere a Dylan la letteratura moderna e quella che era allora ultramoderna. Leggermente più anziano di Dylan, aveva vinto una borsa di studio a Oxford. La Sirena è un bar in quel quartiere di Swansea chiamato «The Mumbles». Paul de Kock era uno scrittore francese del secolo XIX i cui romanzi venivano considerati pornografici. Domdaniel è un racconto, mai completato, al quale Dylan stava allora lavorando. Trevor Hughes era stato afflitto di recente da grandi e ripetute tragedie domestiche, e andava soggetto a crisi di intenso pessimismo e di malinconia. Questa lettera è forse un primo esempio della capacità di Dylan di rispecchiare lo stato d'animo del destinatario: dimostra inoltre il forte ascendente dello stile della prosa di Trevor Hughes sulla sua. Chi possa essere stata Anna, non si sa.


a Trevor Hughes
1932?
Cwmdonkin Drive 5, Swansea

 

  Caro Trevor,
  ho un mal di capo sciagurato, i miei occhi sono come fori di pisciate nella sabbia, la lingua è carta per avvolgere pesce fritto e patatine. Dan Jones si trattiene qui per alcuni giorni e l'altra sera abbiamo sperperato le nostre sostanze gonfiandoci il ventre con una volgare combriccola. È difficile scrivere perché, a chinarlo, il capo mi duole da matti. E la mia mano non è come un tempo. Oh, maledetti, maledetti, maledetti Mumbles e la birra con le ostriche.
  Dan sta suonando una musica molto fiacca. Vorrei amare il genere umano; ma demoni divoratori di cadaveri, vampiri, squartatori di donne, stupratori di bambini, ubriaconi tutti verruche, mezzani e finanzieri passano accanto alla finestra, diretti Dio solo sa dove o perché, in un sogno su e giù per la collina. Non è una faccia stupida, è una faccia tenace, con una gran nervatura di marciume, un cancro enorme che cresce sotto il naso. Gli orridi baffi della faccia umana; sgocciolanti le lacrime e la birra dell'ultimo anno, imbrattati di tuorlo d'uovo, di baci di vacche, di strofinamenti di lette e di zabaglione notturno. I denti, i denti da lupo mannaro, grossi come sputacchiere, denti ariosi, pieni di buchi, proprio come quelli di Ramsay MacDonald, che stritolano l'impasto e lo stucco dei nostri cuori... quali sconfinati snob siamo noi a immaginare che i disegni da carte da gioco sotto i nostri panciotti contengano più bellezza e sensibilità dei piccoli e cupidi aborti di gelatina che battono sotto la veste di una prostituta. Guarda gli avvisi sui tram: È vietato sputare sul Cristo. Nei giardini pubblici: Non calpestare Dio. Che cosa avrà da essere? Muco di ebreo o lode di gentile? La maturità è tutto... tutte balle. Siamo maturi all'eccesso, noi nottambuli, cacciatori di fica, imbrattamuri con il gesso. Le donne del mondo, eternamente fuori prospettiva, gridano Al fuoco, Al fuoco. È colpa nostra se le interpretiamo male? Forse dobbiamo essere superstiziosi, naturali, sovrannaturali, tutto un enorme processo satanico. Le nostre parole... «Dammi una mezza pinta, un Hovis, un libro di Paul de Kock, e tu, tu, vecchia catena del cesso»... sono formule magiche per evocare il piacere personificato di Domdaniel. Tutto ciò che facciamo evoca un demone.
  Ieri sera, Dan ed io, affatto allegramente, poiché l'utero della Sirena era vuoto e il radiogrammofono blaterava, abbiamo scoperto che possedevamo troppo poco sentimento. Per poco non siamo andati in bestia dimostrando quanto eravamo insensibili. Le emozioni meschine, gli odi, gli amori e i rancori, abbiamo detto grandiosamente, non erano niente per noi. Eravamo due artistici Ismaele, e schernivamo con un ah e con un oh le lussurie che facevano spuntare cespugli, ardenti come cantaridi, dappertutto nei luoghi senz'acqua. Il sesso era uno strumento con cui infastidire le donne e le anacronistiche lealtà e fedeltà, i sacri desideri, le gratitudini, le pietà e le carità non erano più che parole per celare le cattive intenzioni dei nostri inferiori. (Perché sono inferiori, questi vecchi dagli occhi gonfi, dalla verga dura, questi commessi di negozio con le loro verginità incarnite vendute al prezzo di 1.11 3/4 questi ragazzi che si masturbano, queste madri piagnucolanti, e comunisti delusi, e Dio aiuti le nostre divinità se non possiamo far la parte del Cristo, e il Cristo è sempre stato la pecora bianca tra le nere, l'essere superiore, il gentiluomo elegante nella cella dei vagabondi). Abbiamo incominciato a ricordare trascorse crudeltà, il deliberato far nascere il desiderio nelle ragazze che conoscevamo e il deliberato non soddisfarle, le lingue cacciate fuori, gli imbarazzi, le cose ingrate che avevamo fatto, il fango che avevamo emesso ironizzando. I nostri sentimenti più bassi quando sediamo ubriachi, piagnucolosi, tenendo la mano di una puttana, sono i sentimenti più nobili degli uomini bacati che ci circondano. Gli artisti non devono morire eccetera. Si autocrocifiggono, eccetera. Tutte le solite balle.
  Perché sto scrivendo questo? Forse per dimostrare la futilità dello sforzo? E tu fai il Freud con me mentre ti dico che, come Havelock Ellis, ho praticato fori nel pavimento per pisciarci attraverso, o ho tagliato la gola a un piccione copulando? Non so perché né per come, ma ieri sera noi, che non avevamo sentimenti, abbiamo parlato appassionatamente, agitando le braccia in aria, dicendo che il Desiderio è nulla, mentre accarezzavamo le natiche di lei, dicendo che l'ingordigia è vanità, mentre sbevazzavamo e sguazzavamo, condannavamo le convenzioni mentre prendevamo l'autobus per tornare a casa e mentivamo una volta arrivati. La ragione per cui ti sto scrivendo questo è l'inutilità. Smetti. Non posso gridare come Lawrence del rosso mare di sangue vivo. Perché non posso mettere un messaggio in un pacco? C'è melma nell'anima dell'uomo, e un demonio nei suoi lombi. Dio fu deposto anni fa, prima del perizoma nell'orto. Adesso regna il Vecchio Ragazzo, con una tenaglia incandescente al posto del pene. Brindiamo a lui.
  Ma il sole sta splendendo, v'è una schiuma sugli alberi del parco, la mamma ha preparato le focacce gallesi, io ho una grossa Players e mi sono tolto le scarpe. Sii contento adesso, senza più atteggiarti al violentato e al mietuto, l'ultimo emblema. Molto soddisfatto, ti prometto di scrivere ancora presto. E presto ti rivedrò, più malinconico che mai in passato, con la tosse e il mal di capo, dico, arrivederci Trevor, bada ad Anna e agli alberi azzurri. Come un demone anch'io, agito le mie tenaglie verso le stelle.

 

Dylan

 

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Verso la fine del 1932 Dylan fu licenziato dal giornale, ma in modo amichevole. Come dimostra questa lettera, continuò a scrivere per il «Post» oltre che il suo compagno di scuderia settimanale, lo «Herald of Wales». «B.O.P.» vuoi dire «Boy's Own Paper», e cioè «II giornale del ragazzo». La poesia pubblicata in «Everyman» non è stata ritrovata. Il racconto intitolato The Diarists non fu pubblicato dal «London Mercury», come del resto nessun altro racconto di Dylan Thomas. È possibile che entrambi i lavori siano stati pubblicati con uno pseudonimo, il racconto con un altro titolo, anche se sembra improbabile.


a Trevor Hughes
dicembre 1932 ?

Cwmdonkin Drive, 5, Swansea

 

  Caro Trevor,
  nei miei stati d'animo più malinconici, quando le cose più luminose possono apparirmi le più grige, e quando la vita
probabilmente detesti quanto me l'inizio di una lettera così sentenzioso offre poco di più del rasoio preferibilmente affilato e del narcotico necessariamente indolore, io rivango, con un certo piacere perverso, tutte le mie disgraziate esperienze, che equivalgono quasi al crepacuore quanto uno come me, che non ha mai provato il desiderio di innamorarsi, può capire. E tra queste esperienze io annovero quella di perdere, a quanto pare per sempre, la mia amicizia con te. È più facile scriverne che parlarne. Ho un'orrida paura, quando parlo, di tuffarmi in un bagno caldo di sentimentalismo; ma sulla carta i pensieri più femminei possono essere espressi senza troppo timore di una immersione improvvisa in quelle malvagie acque.
  Mi rendo conto che sto scrivendo le cose più assurde. Ecco quello che intendo dire: quando tu partisti da Swansea, credetti che fosse giunta la fine di un'amicizia, molto breve, alla quale io, in ogni caso, penserò sempre con piacere. Ci scrivemmo lettere per qualche tempo. Poi la corrispondenza cessò, per Dio sa quale ragione. Pigrizia da entrambe le parti, probabilmente. Non ebbi tue notizie per sei mesi. Mia sorella passò la notte a Torrington Square e domandò dove tu fossi. Nessuno sembrava saperlo. E poi il giorno prima di Natale, una festa di gran lunga sopravvalutata, ricevetti una lettera. Te ne ringrazio, ma fa che non sia a discarico della tua coscienza. Non restartene inerte, un sorriso soddisfatto sulla faccia e le mani intrecciate su un pio ventre, pensando: «Bene, bene, tutto è a posto adesso. Ho lasciato uscire il gatto, ho fatto i conti della giornata e scritto a quell'ometto di Swansea... com'è che si chiama, a proposito? Thomas, mi pare. No, no, Williams», e una volta superato lo sforzo di una simile concentrazione, riscaldandoti gli zoccoli davanti al fuoco, non lasciare che la mente soddisfatta indugi sulle bellezze del mondo a venire, in cui gentiluomini suburbani, piccoli come agate sul pollice di un assessore comunale, inneggiano all'Eterno Giocatore di bocce.
  Ti sto scrivendo una lunga lettera e voglio riceverne da te con regolarità. Lascia funzionare il cervello. Se non hai niente da raccontarmi, non me ne curerò... di rado ho anch'io qualcosa da riferire. Tira fuori un mucchio di frasi dalle budella. Se non altro, è un'esercitazione per quella tua prosa levigata, che un giorno, e non intendo dire forse, ti consentirà di guadagnarti da vivere in modo rispettabile e ti meriterà il plauso di letterati giudiziosi. Ve un che di solido nei tuoi scritti
per una volta tanto mi servo di questa parola in senso laudativo e non sprezzante che deve un giorno condurti lontano. Sono questa solidità e capacità di percezione dei particolari, questo senso dei valori se ti piace, una indistruttibilità alla radice, che io non possiedo. Una sola cosa posso fare in ultimo

 

  Stupire i saloni e le cricche
  Di mezzi-scemi, pubblicisti e anormali.


  Non mi proponevo molto di più. Per la maggior parte la letteratura è il prodotto di uomini ammalati e, anche se tu potresti non saperlo, io sono sempre malato.
  Logicamente, questo significa che sto producendo, o che produrrò, letteratura. Ma da tempo ho smesso di credere nella logica. Il che è una cosa logicissima a farsi. Ti prego di credermi allorché lancio un mazzolino di fiori di quando in quando. Lanceranno abbastanza secchi nella tua direzione a causa della tua sincerità letteraria. Pertanto tesoreggia, come uno scoiattolo, l'omaggio di ogni mazzo di fiori, poiché anche se il profumo è destinato a dileguarsi e gli steli a incurvarsi, e, naturalmente, colui che ha donato i fiori ad essere del tutto dimenticato, il ricordo
lascia emergere i tratti del tuo carattere! Che paura tremenda hanno tutti al giorno d'oggi di diventare sdolcinati! durerà a lungo. Questo genere di ricordo, e la speranza che un ricordo del genere incoraggia, sono tra le poche cose che mantengono in vita un uomo. La fede, egli disse, lisciandosi la fronte stanca con latte di bufala, fa sì che un uomo continui a respirare,

 

  Quando la luna affonda dietro il prato
  Con un profumo antico di canfora e di rose recise
  Aspetteremo tu ed io gli indizi sicuri
  E aspetteremo in eterno si può supporre,
  Contemplando, le mani a coppa intorno a fiammiferi,
  Sole dopo luna, e poi ancora
  La stessa celeste ripetizione.


  Quello che vuoi escludere è la morbosità, anche se tutto è depresso. Non un'allegria forzata, non il preoccuparsi per l'aspetto piacevole anziché per quello osceno. Ma v'è in ognuno una sorgente di purezza, Bach la trovò, e così Mozart, D. H. Lawrence, W. B. Yeats e probabilmente Gesù Cristo. Provati a cercarla. Tu potresti riuscire, io non vi riuscirò mai. E, per amor di Dio, non incominciare a scrivere versi nel mio stile. Prova a imitare Longfellow, non me. Questo ha l'aria di essere spaventosamente vanitoso. Tenta il tuo stile. Ma d'altro canto, certo, è quello che stai facendo in realtà.
  Per rispondere a una tua domanda: ho lasciato il «Post». Mi offrivano un contratto per cinque anni a Swansea. Ho rifiutato. I sedici mesi o meno durante i quali ho fatto parte della redazione incominciavano già a lasciare intravvedere gli indizi della decadenza di un cronista. Altri dieci anni e sarei finito. Non che temessi il dominio della Sirena. Continuo ancora assiduamente a cogliere il fiore dell'alcool, e, di quando in quando, ma non spesso quanto vorrei, sono punto dalla spina dell'ebbrezza (un'immagine atroce!) No, quello che paventavo era la lenta, ma certa cancellazione dell'individualità, il graduale accontentarsi della vita così com'è, un tanto alla settimana, tanto per questo, tanto per quello, e il tanto che rimane per il bere e le sigarette. Questa non è vita per uno come me!
  Sto tentando di guadagnarmi da vivere adesso
tentando è il termine esatto con il giornalismo indipendente, e collaboro, molto regolarmente, con articoli umoristici al «Post», meno regolarmente con articoli letterari allo «Herald», di tanto in tanto con versi buffi al «B.O.P.» (che sfacelo fu quello O uomini di Israele!) e con tempestivi e vivaci commenti alla Northcliffe Distributive Press. Ho pubblicato una brutta poesia nell'«Everyman», e un racconto è stato accettato da Squire nel «Mercury» è là che uno vuoi piazzare le proprie cose. Quando il racconto The Diarists sarà pubblicato, te ne manderò una copia. Non è particolarmente bello. Scrivo ancora poesie, naturalmente. È una malattia inguaribile. Scrivo anche prosa e sto pensando di affrontare un breve romanzo. PENSANDO ho detto.
  La porpora dei tuoi sogni è, spero, sempre porpora. Sono lieto di sapere che i doveri ufficiali non ti impediscono di scrivere narrativa, come ti hanno, in passato, impedito di scrivere lettere.

 

Dylan

 

  Ricordami del tutto sinceramente, e non soltanto per una formalità, a tua sorella e a tua madre, e non mancare per nessun motivo, tranne che per gli imperativi dettami degli angeli, di scrivermi presto, ancora, e ancora presto.